Tracce di terra e di vento: la poetica di Caterina Lai al museo Organica

Nel cuore silenzioso del Parco del Limbara, dove il granito millenario dialoga con la forza del vento e l’ombra secolare dei lecci, l’arte scultorea incontra la natura incontaminata. Dal 20 settembre al 21 ottobre, il Museo Organica di Tempio Pausania, immerso nel bosco di Curadureddu, ospita la mostra “Tracce di terra e di vento”, curata da Maria Dolores Picciau per celebrare la Giornata Nazionale dei Piccoli Musei.

Un percorso tra formazione, insegnamento e ricerca espressiva

Caterina Lai vive e lavora a Cagliari, città che ha segnato profondamente sia la sua evoluzione creativa sia il suo lungo impegno didattico: per trentasei anni, dal 1970 al 2006, è stata infatti docente di Discipline Plastiche presso il Liceo Artistico Statale “Foiso Fois”.

Il suo viaggio nell’arte prende il via a Cagliari alla fine degli anni Sessanta, all’interno dello studio di Italo Antico. Nei primi anni Settanta affina la tecnica scultorea a Salisburgo, studiando sotto la guida di Ralph Brown presso la Internationale Sommerakademie. Negli anni Novanta arricchisce ulteriormente il proprio bagaglio linguistico approfondendo l’arte incisoria con i corsi superiori di Giovanni Job (1997) ed Enk De Kramer (1998) all’EXMA di Cagliari.

A partire dal 1993, la sua indagine espressiva si focalizza in modo elettivo sulla ceramica artistica. Le sue opere sono oggi custodite presso prestigiose istituzioni civiche e internazionali, tra cui il MART di Rovereto, il MAN di Nuoro, la Galleria Comunale d’Arte di Cagliari, la Fondazione di Sardegna, la Loyola University di New Orleans e l’Art Gallery dell’Università di Aberystwyth.

L’eredità familiare: un dialogo continuo con la memoria

Nel linguaggio della ceramica, Caterina Lai raccoglie e rinnova un’eredità familiare d’eccellenza. L’artista si pone infatti in ideale continuità con il padre Simeone Lai e lo zio Salvatore Fancello, tra i grandi maestri della ceramica sarda del Novecento, attingendo al contempo alla misura geometrica della madre Luisa, abile maestra nell’arte del ricamo.

Come sottolinea la curatrice Maria Dolores Picciau, l’artista dorgalese non si limita a plasmare la materia, ma ne ascolta il battito profondo, traducendo la memoria arcaica dell’Isola in una grammatica visiva di purissima essenzialità. Da queste trame antiche, Caterina Lai ha ereditato il segreto del segno incisivo, la capacità di trasformare un’assenza in presenza e l’argilla in un diario dell’anima.

L’alchimia del bucchero e il segno inciso

La cifra stilistica dell’artista tocca vertici di intensa suggestione nella cottura in bucchero, antica tecnica alchemica che priva il fuoco dell’ossigeno per regalare alla materia superfici cineree e profonde. Su questi fondi scuri si accendono bagliori metallici e iridescenze argentee di sommessa magia. I solchi incisi, simili a graffi del tempo o a finissimi ricami di luce, danno vita a cosmogonie segrete. Tra le spirali e i segni vorticosi affiorano linguaggi dimenticati e frammenti di antiche filastrocche in lingua sarda, che risuonano come preghiere laiche o canti ancestrali della terra.

I Licuccos ad Organica: tra terra e cielo

Al Museo Organica, la narrazione intima di Caterina Lai si fa paesaggio d’ambiente. Protagonisti centrali dell’allestimento sono i Licuccos, corpi biconici che richiamano nella forma la rotondità rassicurante dei bottoni d’argento dei costumi tradizionali, la dolcezza antica del pane quotidiano e dei dolci delle feste. In un allestimento di rara potenza emotiva, i Licuccos si moltiplicano fino a farsi materia viva. Distesi a terra, compongono una suggestiva spiaggia minerale che sembra affiorare dal suolo stesso del bosco; sospesi tra i rami, fluttuano nell’aria come gocce di luce pietrificata, elementi cosmici tesi tra il peso della terra e la leggerezza del cielo.

Dal mito al paesaggio: un’identità dinamica

L’opera di Caterina Lai non cede mai alla nostalgia del passato, ma trasforma l’identità sarda in una forza dinamica e universale. Tra la corteccia degli alberi e il respiro del bosco di Curadureddu, i suoi manufatti d’argilla smettono di essere semplici oggetti per diventare organismi viventi, offrendo un invito a riscoprire, nel segno dell’arte, il legame sacro e indissolubile tra l’uomo, la memoria e l’anima segreta del paesaggio.

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